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Stanislao Ceschi
Perchè Dossetti torna d'attualità - Intervento di Bartolo Ciccardini alla presentazione del libro "Quando si faceva la Costituzione" Di Tuzi
Commento esplicativo del documento di Dossetti scritto in preparazione del Convegno di Rossena e consegnato a Mariano Rumor alla stazione di Bologna come quest’ultimo ricorda nelle sue memorie, in una lettera a Lorenzo Pellizzari, Presidente Fondazione Rumor
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Ultimo articolo, del 10/2/2012
Stanislao Ceschi
Intervento di Bartolo Ciccardini alla Presentazione del volume: “ Stanislao Ceschi. L'elogio della pazienza. Scritti e discorsi politici” (presso l’Istituto Sturzo l’8 febbraio 2012)

Credo che il compito particolare che mi è stato affidato sia quello di illustrare il significato di una lettera indirizzata a me da Stanislao Ceschi, quando stava per diventare Presidente del Gruppo Parlamentare DC del Senato. (Stanislao Ceschi. L’elogio della pazienza. Scritti e discorsi politici. Rubettino Editore. Lettera a Bartolo Ciccardini, pag.166). La lettera è del 17 Novembre 1952 e si riferisce a due miei articoli scritti su “Per l’Azione”. Per spiegare il senso degli articoli ed il loro contesto politico preferisco citare il resoconto distaccato di Beppe Chiarante nel suo libro “Tra De Gasperi e Togliatti”: “Il momento politico appariva indubbiamente difficile. Era infatti la vecchia Italia che aveva portato al fascismo, e che non era certo scomparsa nonostante la guerra e la Resistenza, che cercava di rialzare la testa. In questa situazione i Gruppi giovanili democristiani si caratterizzarono, da un lato, per il ruolo di punta che svolsero nella lotta interna contro la destra, dall’altro per l’elaborazione (di cui la rivista “Per l’Azione” divenne il principale strumento) dalla tesi che il sostegno alla politica di De Gasperi, contro l’offensiva integralista, non rappresentava semplicemente un arroccamento difensivo, ma significava consolidare lo Stato democratico come condizione necessaria per il rinnovamento della società italiana. (…) Nel corso del 1952 la nuova posizione dei giovani DC fu esposta in modo esplicito da Bartolo Ciccardini in due articoli su “Per l’Azione” che fecero scalpore, non solo nel mondo ristretto dell’organizzazione giovanile, ma nel complesso della DC e anche fuori di essa. Erano articoli che avevano entrambi un titolo eloquente: “Alcide De Gasperi o dello Stato in Italia” e “Conservare lo Stato per la rivoluzione”. Il senso era molto chiaro: non si trattava, da parte dei Gruppi giovanili, di un’improvvisa conversione al degasperismo, prima criticato come troppo moderato; si trattava invece di una visione più matura, che sottolineava l’indispensabile rapporto tra difesa della democrazia e possibilità di rinnovamento sociale e politico”.
A questo proposito devo anche citare un interessantissimo documento, ritrovato da Lorenzo Pellizzari, negli archivi vicentini di Mariano Rumor. Si tratta del progetto scritto da Dossetti per portare il gruppo dossettiano sotto la guida di Mariano Rumor, ad un incontro con la dimensione governativa di Fanfani e poi di De Gasperi. Questo, documento seppur schematico (una sorta di Foglio d’Ordini), prevede l’accettazione della DC come “forza di conservazione”. Cito letteralmente: “Autoscioglimento del dossettismo per le “sue equivocità permanenti” (…); accettazione della involuzione della DC come forza di conservazione e sua indispensabilità “immediata in questa funzione di conservazione” (…); necessità di una nuova forza organizzata “di epurazione morale, di consolidamento politico, di propulsione, almeno tecnica”. Questa forza sostituisce il dossettismo, ne eredita una parte dei compiti e dei componenti, con una precisa aspirazione ad assimilare e vitalizzare altre forze affini”. Questa sintesi di Dossetti spiega chiaramente l’operazione progettata, che darà luogo ad Iniziativa Democratica, all’incontro fra Fanfani e De Gasperi, alla conquista del partito da parte della “seconda generazione” che realizzerà poi la più grande operazione politica della prima Repubblica: il centro-sinistra.
In questo contesto, il 17 Novembre 1952, il Senatore Stanislao Ceschi sente il dovere di scrivere una lettera al direttore di “Per l’Azione”. Anche Ceschi riconosce la bontà de “l’esperienza di governo della Democrazia Cristiana che può essere definita centrista, riformista, degasperiana (…). Io penso che non sia difficile ammettere che De Gasperi ha bene manovrato con gli strumenti che la società italiana gli ha fornito”. L’approvazione di Ceschi è sincera e convinta, ma fortemente condizionata. Infatti aggiunge, subito dopo: “Ma per i cattolici che si sentano fuori da “quella frazione del mondo cristiano che ha abbracciato gli ideali dell’epoca borghese, con maggiore acquiescenza di quanto non abbia obbedito alle esigenze interiori di fede cristiana” – per dirla con Mounier – può essere sufficiente quel risultato? Questo è il problema che deve interessare soprattutto i giovani”.
Non mi posso nascondere che nella lettera c’è dunque una forte riserva, se non un rimprovero, all’accettazione semplice e passiva della involuzione conservatrice della DC. L’obiezione che Ceschi pone ad un’accettazione incondizionata del centrismo è, di fatto, il contenuto della lettera. Egli afferma con forza che il metodo centrista non può soddisfare le istanze di giustizia di milioni e milioni di uomini, operando in una società impostata sui principi egoistici della società capitalistica. Egli scrive: “Perfino le più coraggiose riforme, come ad esempio quella agraria italiana, risentono del vizio di principio”. Ed indica con chiarezza il limite di questa azione: “Se non interviene la legge a determinare in modo concreto come e dentro quali limiti il diritto di proprietà debba esercitarsi”.
Devo confessare il mio stupore e la mia meraviglia per questa lettera che avevo dimenticato. Erano le cose che potevano succedere nella Democrazia Cristiana degli anni ’50. Un autorevole personaggio che è stato vicesegretario del Partito e che sarà tra breve Presidente del Gruppo Parlamentare DC al Senato, rimprovera il direttore della rivista giovanile di quel partito, perché non si pone con sufficiente forza il problema dei limiti del diritto di proprietà. E lo fa in termini espliciti e persino forti.
Forse allora, nella mia incoscienza giovanile, non me ne accorsi. Ma confesso che oggi rimango colpito, stupito e perfino incredulo. Ceschi infatti scrive: “Lei ha detto molto bene, dobbiamo conservare lo Stato per superare l’attuale “empasse” capitalismo-comunismo. Bisogna però arrivare fino in fondo per evitare di nasconderci dietro un dito e così ingannarci amaramente!”. La giustificazione di Ceschi per richiedere un impegno sul problema dei limiti della proprietà ha un fondamento religioso. Lo Stato, in quanto democratico ed in quanto ispirato da principi cristiani, ha il dovere di affrontare questo problema. E Ceschi lamenta “la mancanza degli elementi necessari per la elaborazione del “progetto esecutivo” dello Stato di autentica ispirazione cristiana”. Questa posizione non è solitaria nella DC degli anni ’50. Basta ricordare un solo nome, la posizione riformista e la richiesta di nuove solidarietà, invocata da La Pira nei suoi famosi articoli sulla “povera gente” in base ad una necessaria ispirazione cristiana dello Stato democratico. (E Stanislao Ceschi aveva conosciuto La Pira a Firenze, ancora nel periodo fascista, quando partecipava alla rivista “Il Frontespizio”).
A molti, specialmente dopo il Concilio Vaticano II°, questa posizione potrebbe apparire integralista o integrista. Non è ancora recepita la divisione dei piani tra cristianesimo e cristianità, culturalmente espressa da Maritain, e c’è la convinzione che l’ispirazione cristiana possa dettare delle regole di comportamento in via diretta, che possano diventare leggi dello Stato. Questa convinzione allora era molto diffusa ed oggi sarebbe invece molto discussa. Ma io mi sento di difenderla, perché era una convinzione che derivava da una forte interpretazione del messaggio evangelico e della sua operosità. In quell’epoca la necessità di ritirarsi nelle associazioni per non incorrere nei provvedimenti persecutori del Partito Fascista, aveva ispirato numerose organizzazioni che indirizzavano le vocazioni religiose verso una vita di alta spiritualità, addirittura di consacrazione religiosa, a proporre comportamenti pratici, attivi, politici per realizzare i comandamenti evangelici. Non ci stupisca che in questa maniera, con modi diversi, uomini come La Pira, Lazzati, Ceschi immaginassero la possibilità di organizzare secondo un modulo cristiano non soltanto la vita sociale, ma anche la vita politica e la legislazione. Anche Gedda proveniva da questo filone, pur avendo sviluppato un atteggiamento attivistico ed organizzativo che poteva apparire pericoloso nella crescita della democrazia.
Dobbiamo dire con franchezza che pur comprendendo a pieno l’alto significato morale di questo atteggiamento, oggi, alla luce delle considerazioni del Concilio, queste posizioni ci appaiono poco comprensive della diversità e della complessità delle opinioni e degli atteggiamenti che fanno parte della vita di una democrazia. Oggi si pone maggiormente l’accento sul dialogo, sull’attenzione alle diverse opinioni, sulla tolleranza e sul tentativo di composizione di ispirazioni diverse. Ma non per questo ci sentiamo, non dico di condannare, ma neppure di guardare con sospetto la proclamazione di un’ispirazione diretta dei principi religiosi nel programma di uno Stato democratico. C’è in essa una qualità che non può andare perduta: la speranza di poter indicare un avvenire di pace e di giustizia ed il coraggio di affrontare i problemi della guerra e dell’ingiustizia.
Ma dare a questa ispirazione religiosa forte e coerente una interpretazione di invadenza nell’autonomia politica dei cattolici sarebbe sbagliato. Questa posizione era forte e trascinante anche quando era stata minoranza all’interno del cattolicesimo italiano e restava forte e trascinante anche in un partito che aveva conquistato la maggioranza assoluta. E questo lo si capisce bene in un discorso che Ceschi fa al Congresso di Firenze (1959), dove la sua posizione politica appare chiara: "Quando abbiamo cominciato a militare nella D.C., quando abbiamo resistito durante la dittatura fascista, quando abbiamo partecipato alla lotta di liberazione, quando ci siamo assunti la responsabilità di ricostituire il partito, abbiamo fatto tutto questo di nostra personale iniziativa, sotto la nostra personale responsabilità". E riprendendo quello che, nella Libertà del 15 agosto, aveva definito "il nostro orientamento sociale di sinistra", lo spiegherà come rifiuto da parte dei cattolici di "un orientamento di conservazione" per assumere "l'atteggiamento dell'innovazione, dei rinnovamento, del progresso", adottando una politica economica di piano, "speranza nuova del popolo italiano per dare una nuova fisionomia alla struttura umana e cristiana della società" (Gaiotti, p. 17).
Come si può spiegare una posizione così forte e, diciamolo pure, radicale in un personaggio che aveva grandi responsabilità in un partito impegnato a salvare lo Stato dall’assalto pericoloso di una forza estrema collegata ad una potenza mondiale forte ed avversa ai principi cristiani?
È questa la statura della generazione dei Popolari, che non si era arresa al fascismo, che aveva preparato nella Fuci, nei Laureati Cattolici, con Igino Righetti e con Giovanni Battista Montini, il seme del nuovo Risorgimento. Essi, con la loro storia, salvarono, di fronte alla vittoria dei Paesi democratici e di fronte al mondo, la faccia di un cattolicesimo che era stato troppo accomodante e si accollarono il compito di rendere democratica e socialmente avanzata una forza che aveva una profonda natura conservatrice. Fu un miracolo l’esserci riusciti, miracolo dovuto tutto alla statura morale di questi uomini a cui l’Italia deve molto.
La lettera di Ceschi si conclude con un comando molto autorevole e perentorio: “Non credo sia una breve lettera il posto per dire qualcosa di più su questo argomento; mi limito solo a presentarvi un voto: che Per l’Azione imposti decisamente il problema di fondo e chiami a collaborare quegli studiosi cattolici che sentano la gravità dell’ora e posseggono il coraggio di superare il compromesso in cui ci fa vivere in questa società cristiana”.
Del resto, il tema della soluzione de “i problemi di fondo”, come li chiama Ceschi con un termine tipicamente dossettiano, in una situazione di difficile difesa dell’ordine costituito, è il tema di un singolare suo scritto: “L’elogio della pazienza”, che ha già nel titolo una significativa definizione.
Mi sembra che Ceschi non avesse timidezze nel mandare a dire le cose. Quanto vorrei che ci fosse oggi la statura di qualche autorevole personaggio che fosse in grado o avesse il desiderio di inviare un invito così perentorio a qualcuno degli organizzatori degli innumerevoli convegni, settimane sociali, seminari, per realizzare progetti di rinascita della presenza cattolica nella vita politica italiana!
Questa statura ci appare ancora più importante oggi che assistiamo ad un risveglio della volontà dei cattolici di contribuire al “bene comune” del proprio paese. Ma come debole, travagliato, indeciso, senza coraggio appare ogni manifestazione di questo risveglio, per paura di apparire clericali, invadenti, poco laici e poco democratici!
Quanto bello ci appare il rimbrotto del Capo del Gruppo Parlamentare di un partito che aveva la maggioranza assoluta nel Parlamento ad un giovane che, nel difendere la necessità di un’azione politica moderata, si scordava la necessità “cristiana” di limitare il diritto di proprietà! Che bel gesto, rispetto alla viltà di coloro che ai nostri giorni vorrebbero ricreare una partecipazione responsabile dei cristiani e mostrano di aver paura persino della propria ombra!